La scomparsa di Anne-Marie Sandler

Anne-Marie Sandler – died July 25th, 2018

Sono venuta a conoscenza della morte di Anne-Marie Sandler, o signora Sandler, come noi la chiamavamo, attraverso i social media; un’emozione di cordoglio molto intensa mi ha invaso, perché è venuta a mancare una persona che ha lasciato dentro di me una traccia di gioia, di amore per la vita e per la nostra professione.

Incontrai per la prima volta AM Weil, la signora Sandler, durante uno dei seminari annuali che teneva con suo marito Joseph, al centro studi di Milano, all’inizio degli anni ’90.

Per questioni di tempo, non ho potuto ascoltarli che poche volte assieme, Joseph Sandler, morì nel 1998, ma nello studiare i loro scritti, nell’approfondire il metodo di ricerca, mi trovai a formarmi e a crescere come persona oltre che come curante.

Come giovane psicologa in formazione analitica, la loro presenza nella stessa sala era per me quanto di più simile ci fosse ad avere lì Sigmund Freud, che ci parlava non solo delle sue teorie, ma degli aspetti clinici, di cosa accadeva nella relazione diretta con il paziente.

Imparavo a riconoscere aspetti dinamici che potevo sentire e percepire in maniera indistinta mentre lavoravo, e che nel hic et nunc non capivo.

Lentamente iniziai invece a riconoscere questi affetti, ne avvertii il valore, iniziai a comprendere quelle emozioni, che diventarono strumenti terapeutici: avevo avuto accesso alla Psicoanalisi.

Noi analisti e loro pazienti, lì nello studio, assieme, noi su una poltrona, (che dovrà diventare sempre più comoda negli anni), e loro stesi su un divano, che per poter essere accogliente è molto comodo, ma che in realtà è spesso un letto di chiodi.

In quello spazio e in quel tempo assieme a noi, le persone oltrepassano il loro dolore e trovano la fiducia in loro stessi e nella vita che potranno vivere.

Nel corso degli anni della mia preparazione, AM Sandler ha dimostrato ai miei occhi, quanto la formazione, lo studio, la ricerca, la dedizione al raggiungimento della salute mentale fosse uno stile di vita e non soltanto una professione.

Fu questo il motivo per cui alla fine dei miei 16 anni di frequentazione del Centro Studi, a conclusione dei quattro anni di scuola di formazione in psicoterapia psicoanalitica, decisi che desideravo, a modo mio, incrementare la conoscenza di questa psicoanalista, donna, madre, moglie, nonna, bisnonna, che ha attraversato il novecento immersa nell’evoluzione della psicoanalisi e della nostra società.

Sfidai il disappunto e il superegoico giudizio analitico nell’esporre un’analista agli occhi del pubblico, (non era ancora l’epoca delle “lezioni” di psicoanalisi in tv), accettò subito la mia richiesta di incontrarla e approvò il mio lavoro preparatorio, aveva una serenità per se stessa che raramente ho rilevato.

La intervistai nel suo studio, nella sua casa di Londra, e incontrai una persona ricca, saggia, rigorosa, emozionante, serena, ma anche accogliente, interessata, sentii di essere difronte a un’intensità emotiva enorme.

In quella piovosa mattina londinese, l’amica e collega Valentina e io arrivammo in ritardo all’appuntamento, la metro di sabato aveva poche corse, i tecnici ci avevano preceduto, c’erano già i cavi e il materiale per le riprese sparpagliato per la casa; Lei ci accolse con un grande sorriso e ci ringraziò per il piccolo mazzo di fiori (comprato al volo in metro), che spariva difronte all’enorme vaso traboccante che ci aveva accolto nell’ingresso, io percepii quel tripudio di fiori come l’espressione del suo gioioso e generoso stile di vita.

Mentre parlavamo delle domande che intendevo farle, ci chiese interessata del nostro lavoro, dei nostri pazienti, tracciò linee di congiunzione e delineò differenze, come la prassi inglese di incontrare il paziente per 5 sedute a settimana, e le nostre psicoterapie condotte con un incontro settimanale.

Il tempo passò veloce, l’intervista si concluse all’ora di pranzo, in seguito poi approvò sia la traduzione che l’edizione, usiamo ancora quel materiale per la formazione.

Il mio scopo era di poter fare da tramite, essere messaggera di quella fiducia nel superamento del dolore umano che alcune persone sono realmente in grado di trasmettere, aldilà della tecnica, della teoria o della lunghezza della lista delle loro competenze accademiche.

Ripensando a AM Weil Sandler, sapere che non prosegue il suo lavoro di formatore, di supervisore, che il suo contributo si è concluso, mi addolora profondamente, ma il dono che sento di aver ricevuto dall’incontro con lei continua a tenerla con me e alimenta la gioia che sento nel vivere questa professione.

Qui ripropongo l’intervista di cui vi parlavo:

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