Pokemon Go causa incidente mortale

Dipendenza da videogiochi - Dott.ssa Lucia Caimmi

Da un articolo su Repubblica del 1 Novembre troviamo la segnalazione, che in Giappone c’è stato il primo caso finito in tribunale, per un incidente mortale causato da un signore 39enne che giocava a Pokémon Go mentre guidava.

Questo signore che leggiamo essere un agricoltore, ha investito e ucciso una donna di 72 anni e ferito gravemente un’altra mentre attraversavano la strada nella città di Tokushima.

Dopo aver subìto un processo, è stato condannato a 14 mesi di prigione, mentre l’accusa aveva chiesto 20 mesi di reclusione.

Il giudice ha valutato che il comportamento del conducente è stato di “grave negligenza” e che per la sua distrazione non ha potuto evitare la disgrazia.

Leggiamo che dal 22 luglio in Giappone, data del lancio del popolare gioco si sono verificati altri due incidenti mortali, uno dei quali ha coinvolto un bambino di 9 anni.

Quello che più sorprende in questa notizia così disgraziata è che la responsabilità sembra essere attribuita al gioco!

La condanna ci sembra lieve per quello che nel nostro paese è ora assimilabile all’omicidio stradale, ma quello che più sorprende è che l’interpretazione del giudice attribuisce al gioco la parte maggiore di responsabilità per l’uccisione di una persona e il ferimento di un’altra.

La grave negligenza del conducente sta soltanto nell’esserci fatto distrarre completamente dal gioco.

È stato il gioco, che ha assorbito tutta l’attenzione del signore, che al volante della sua auto ha investito le persone che si trovavano sulla sua strada.

Quello che ci sconcerta non è il valore irrisorio, che sembra essere attribuito alla vita di queste persone, perché non deve essere intrinsecamente legato agli anni di galera, ma di sicuro la parola negligenza non sembra commisurata all’enormità del risultato del comportamento che genera l’uccisione di una persona.

Mi sembra che ci troviamo difronte a una infantilizzazione del soggetto e quindi ad una sua deresponsabilizzazione.

Così il valore di persona adulta capace di discernere la gravità e le conseguenze delle proprie azioni viene disconosciuto, ignorato.

Il soggetto può quindi lasciarsi completamente soggiogare dall’attività ludica, entrare nel mondo virtuale parallelo, disconnettersi dalla realtà, finendo per rincontrarla in un modo atroce, (e soltanto perché è la realtà stessa a incrociare la sua strada), senza che queste azioni intenzionali siano valutate come estremamente gravi.

Attribuendo questo disconnettersi dalla realtà al gioco e non al giocatore si sottrae il valore della volontà del soggetto e quindi la sua responsabilità, lo si identifica con un bambino, e in quanto tale non totalmente responsabile delle sue azioni.

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